Era la notte tra il 14 e il 15 Gennaio 1968 quando un violento terremoto colpì la sicilianissima Valle del Belice, nella zona occidentale dell’isola.
Oggi la valle del Belice è stata ricostruita, ma la ferita lasciata dal sisma è ancora visibile.

Gibellina, un piccolo comune di soli 4.000 abitanti, fu uno dei paesi colpiti dalle scosse e distrutto da quest’ultimo.

“La bellezza salverà il mondo”, scriveva Dostoevskij,
e la bellezza, tramite l’arte, ha salvato Gibellina, figlia di una tragedia.
Per la costruzione di Gibellina nuova (a 11 km dai resti del vecchio centro) sono stati infatti chiamati numerosi artisti che trasformarono Gibellina in un vero e proprio cantiere e, oggi, in un museo “en plein air”.
La Stella d’ingresso al Belice, la Montagna di sale, il Sistema delle piazze e la Torre Civica sono solo alcune delle più celebri opere sparse per la città nuova.

L’opera, a mio parere, più particolare e dal frastornante impatto visivo è la Chiesa Madre,
progettato da Ludovico Quaroni tra il 1970 e il 1972.
Un’enorme sfera liscia di cemento sovrasta la scalinata circostante, quasi ad inglobarla.
Una sorta di oasi fresca, inquietante e rassicurante allo stesso tempo.

Il grande Cretto, Cretto di Gibellina, Cretto di Burri.
Numerosi sono i nomi dell’opera probabilmente più celebre, realizzata dall’artista Alberto Burri sulle macerie della vecchia città di Gibellina e che oggi prende il nome di “Gibellina Vecchia”.
Il Cretto è un gigantesco monumento alla morte.
Le vecchie vie di Gibellina sono state cementificate, “così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento” (Burri, 1995).

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